Wild Horse Nine, Biennale Cinema Venezia

ODE Multichannel blog, WILD HORSE NINE, 83^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, 2026

di Gianfranco Missiaja

Il Tempo della resa dei conti secondo Martin Mcdonagh

83^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia

John Malkovich e Sam Rockwell sono due vecchi agenti della CIA nell’America Latina del 1973. Ma dietro la Storia, l’umorismo nero e le ombre della politica, Martin McDonagh costruisce soprattutto un racconto sull’amicizia, sulla colpa e sulla memoria, accompagnando due uomini verso il momento più difficile: quello in cui non è più possibile fuggire dal proprio passato.

Ci sono film che terminano con i titoli di coda e altri che, quando le luci si riaccendono, sembrano chiedere ancora qualche minuto di silenzio. Wild Horse Nine appartiene alla seconda categoria. Perché dietro l’ironia tagliente, la violenza, la politica e quell’umorismo nero che da sempre attraversa il cinema di Martin McDonagh, questa volta si insinua una malinconia più profonda, legata alla consapevolezza della fine.
Eppure il film non si abbandona mai completamente alla tristezza. McDonagh la attraversa e quasi la sfida attraverso l’ironia, l’introspezione e quella battuta pronta che arriva proprio quando il dolore rischia di prendere il sopravvento. È questo continuo oscillare fra amarezza e sorriso a dare al racconto una parte importante della sua forza emotiva. Con il suo quinto lungometraggio, presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il regista britannico-irlandese torna a raccontare uomini imperfetti, feriti, persino moralmente indifendibili. Ma lo fa osservandoli quando il tempo delle scelte sembra ormai alle spalle e rimane soltanto quello, ben più doloroso, dei bilanci. I loro volti sono quelli di John Malkovich e Sam Rockwell.

ODE Multichannel blog, WILD HORSE NINE, 83^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, 2026Siamo nel 1973, nei giorni che precedono il colpo di Stato dell’11 settembre e la caduta di Salvador Allende. Chris e Lee sono due veterani della CIA di stanza a Santiago, sotto la supervisione di MJ, interpretato da Steve Buscemi. Hanno trascorso buona parte della loro esistenza nelle zone d’ombra della politica estera americana, eseguendo ordini, custodendo segreti e prendendo parte a operazioni sulle quali, adesso, diventa sempre più difficile evitare di interrogarsi. Quando vengono mandati sull’Isola di Pasqua, a più di tremila chilometri dal continente, il loro allontanamento da Santiago assume anche il sapore di un esilio. Chris sa troppo e le sue condizioni rischiano di trasformarlo in un pericolo per l’organizzazione: in un mondo costruito sulla segretezza, persino la fragilità di un uomo può diventare una minaccia.

Ma McDonagh sembra approfittare di quella distanza anche per sottrarre progressivamente i suoi protagonisti alla Storia e costringerli a confrontarsi con qualcosa da cui è molto più difficile fuggire: se stessi. Ed è a Rapa Nui che Wild Horse Nine rivela lentamente la sua vera natura. Quello che inizialmente possiede le sembianze dello spy movie politico diventa qualcosa di molto più intimo: il racconto di due uomini che hanno condiviso quasi tutto e che ora devono confrontarsi con una domanda semplice e terribile. Che cosa rimane di una vita quando non è più possibile nascondersi dietro il proprio ruolo?

Chris registra pensieri e ricordi su un dittafono, mentre Lee conserva frammenti del viaggio attraverso una cinepresa Super 8. Due modi diversi di trattenere il tempo proprio mentre quel tempo comincia a sfuggire. Perché Chris sta perdendo la memoria. Ma non soltanto quella.
Il suo corpo gli ricorda continuamente che la fine si sta avvicinando e il dolore fisico diventa un’altra presenza con cui convivere, fino alla necessità di ricorrere alla morfina per trovare sollievo. Memoria e corpo sembrano così tradirlo contemporaneamente, proprio quando avrebbe più bisogno di entrambi per affrontare ciò che è stato.
I primi segni della demenza trasformano progressivamente il personaggio interpretato da Malkovich nel cuore emotivo del film. Chris non è un innocente. Ha fatto parte di quel sistema, ne ha conosciuto e abitato le ombre e porta con sé il peso di azioni che non possono semplicemente essere cancellate. Eppure, proprio quando sembra arrivato il momento di confrontarsi con il passato, è la memoria stessa a cominciare a sottrarglielo. C’è qualcosa di profondamente crudele in questa contraddizione: rischiare di dimenticare proprio ciò che si avrebbe bisogno di comprendere e, forse, di espiare.

John Malkovich trova qui un personaggio magnificamente contraddittorio. Chris può essere aggressivo, irritante, offensivo, perfino feroce; poi sono sufficienti uno sguardo, un’esitazione o un silenzio perché quella durezza lasci intravedere una vulnerabilità quasi disarmante. Ed è forse proprio questa naturalezza a rendere la sua interpretazione così convincente: in alcuni momenti Malkovich sembra quasi smettere di recitare. Non si ha più la sensazione di osservare un attore che costruisce un personaggio, ma semplicemente un uomo che porta sul volto la stanchezza, l’ironia e la consapevolezza della propria fine.
McDonagh non cerca mai di assolverlo. Fa qualcosa di cinematograficamente più interessante: ci porta a provare compassione per lui senza chiederci di dimenticare ciò che è stato. Al suo fianco Sam Rockwell, alla terza collaborazione con il regista dopo 7 psicopatici e Tre manifesti a Ebbing, Missouri, costruisce un Lee fatto di ironia, esasperazione e fedeltà. È collega, complice, amico e, quando le fragilità di Chris diventano più evidenti, quasi il suo custode. I due si provocano, litigano, si feriscono con le parole come soltanto le persone che si conoscono da troppo tempo sanno fare. Ma dietro ogni schermaglia si avverte qualcosa che nessuno dei due sembra avere bisogno di pronunciare.

È qui che McDonagh ritrova uno dei temi più profondi del suo cinema: l’amicizia maschile. Come ne Gli spiriti dell’isola, anche Wild Horse Nine si interroga su quel legame misterioso e spesso irrazionale capace di tenere unite due persone nonostante tutto. Questa volta, però, l’amicizia viene osservata al tramonto. È un rapporto sedimentato da decenni di segreti, compromessi, violenza e lealtà, nel quale affetto e dipendenza sono diventati quasi impossibili da separare.
Intorno a loro, intanto, la Storia continua a muoversi.
A Santiago la CIA agisce nell’ombra mentre il Cile si avvicina a una delle pagine più drammatiche della propria storia. Steve Buscemi, nei panni di MJ, è la voce di quel mondo che continua a raggiungere Chris e Lee anche quando i due sembrano essersene allontanati. Perché Rapa Nui può trovarsi nel mezzo dell’oceano, ma la distanza geografica non significa libertà. E per due uomini che hanno trascorso la vita custodendo segreti, il passato possiede sempre un modo per raggiungerli.
A incrinare ulteriormente il loro equilibrio arrivano due giovani donne, interpretate dalla cilena Mariana Di Girolamo e dall’argentina Ailín Salas, portatrici di uno sguardo generazionale inevitabilmente diverso da quello dei due agenti.

La scelta del Cile, del resto, affonda nelle passioni giovanili dello stesso McDonagh. Il suo interesse per l’interventismo statunitense in America Latina nacque molti anni fa ascoltando Washington Bullets dei Clash, brano che lo spinse a interrogarsi sul ruolo degli Stati Uniti nelle vicende politiche di altri Paesi. Anni dopo arrivò l’incontro con Rapa Nui: un luogo visitato senza avere ancora una storia da ambientarvi, ma rimasto nella sua immaginazione fino a quando quella fascinazione geografica e l’interesse politico finirono per diventare parte dello stesso racconto. Anche visivamente il passaggio è netto. La fotografia di Ben Davis accompagna il film da una Santiago più cupa e soffocante all’esplosione di luce dell’Isola di Pasqua. Verde, oceano, cielo, spazi sconfinati: tutto sembra suggerire ai protagonisti una possibilità di fuga che McDonagh, però, si guarda bene dal concedere. Perché si può andare dall’altra parte del mondo senza riuscire ad allontanarsi di un solo passo da se stessi.

Nel film affiora anche l’immaginario del western, evocato dai costumi, dai cappelli, dalle posture dei personaggi e dalle sequenze girate nella Monument Valley. Ma McDonagh sembra quasi rovesciarne il significato: Chris e Lee non sono uomini diretti verso una nuova frontiera. Sono uomini alla fine della corsa.
Ed è questa consapevolezza a rendere Wild Horse Nine così malinconico senza trasformarlo, però, in un film dominato dalla tristezza. A salvarlo continuamente dall’amarezza sono proprio l’ironia e l’umorismo, che trovano soprattutto in Malkovich un interprete straordinario. Chris scherza, provoca, reagisce con una battuta persino quando il corpo e la memoria sembrano ricordargli che il tempo sta finendo. Non è soltanto un espediente comico: diventa quasi un modo di resistere alla paura.

McDonagh continua così a fare ciò che gli riesce meglio: lascia che una battuta arrivi proprio quando sembrava impossibile ridere e che, immediatamente dopo una risata, qualcosa faccia improvvisamente male. Il comico e il tragico non si alternano semplicemente: si disturbano, si contaminano, quasi litigassero tra loro esattamente come Chris e Lee.
E sotto tutto questo rimane una tristezza che il film non cerca mai di nascondere. È quella di chi si volta indietro e scopre che il passato non può essere corretto. Di chi ha trascorso una vita obbedendo, combattendo, mentendo, magari convincendosi che ci sarebbe sempre stato un altro giorno per chiedersi se ne fosse valsa davvero la pena. Poi quel giorno arriva. E può arrivare proprio quando la memoria comincia ad andarsene.

È nei momenti più intimi che Malkovich e Rockwell riescono a dare al film la sua dimensione più umana. Non necessariamente quando parlano, ma quando sembrano non avere più bisogno di farlo. Nei loro silenzi vive la storia di due uomini che si conoscono da una vita e che forse sono rimasti l’uno per l’altro gli ultimi custodi di ciò che sono stati.
Per questo, alla fine, Wild Horse Nine parla molto meno di CIA di quanto possa sembrare. La politica e la Storia rimangono fondamentali, ma diventano il terreno sul quale McDonagh racconta qualcosa di più piccolo e, proprio per questo, universale: la paura di invecchiare, il peso della colpa, l’impossibilità di cambiare ciò che abbiamo fatto e il desiderio profondamente umano di non affrontare da soli l’ultimo tratto del viaggio.

Al termine della proiezione in Sala Grande, alla presenza di Martin McDonagh e degli interpreti del film, Wild Horse Nine è stato accolto da quindici minuti di applausi. Un’ovazione lunga e calorosa, vissuta direttamente in sala, che ha accompagnato il regista e i protagonisti mentre l’emozione del film era ancora palpabile tra il pubblico. Applausi fragorosi dopo un film che, paradossalmente, sembra chiedere soprattutto silenzio.
Perché quando le luci si riaccendono non sono la CIA, il Cile o le ombre della politica americana a restare per primi nella memoria. Sono due uomini ormai anziani. Due amici. Due vite attraversate da errori, segreti, colpe e cose che sarebbe stato meglio non fare.

E rimane una domanda che McDonagh non ha bisogno di pronunciare: quando una vita si avvicina alla fine, siamo soltanto la somma dei nostri errori oppure possiamo essere anche l’amore, l’amicizia e la fedeltà che siamo riusciti, nonostante tutto, a lasciare dietro di noi?
Forse è proprio qui che Wild Horse Nine trova la sua immagine più dolorosa e insieme più tenera: nell’idea che, quando persino i ricordi cominciano lentamente a svanire, avere accanto qualcuno che continui a ricordarsi di noi possa diventare l’ultima, imperfetta forma di salvezza.