di Gianfranco Missiaja
83^ Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia
Quanto possiamo nascondere di noi stessi prima di diventare sconosciuti persino a noi?
È questa la domanda che continua a tornarmi pensando a Woman Unknown (Kvinde Ukendt) di May el-Toukhy, Leone d’Oro alla 83ª Mostra del Cinema di Venezia, dove Mathilde Arcel ha ricevuto anche la Coppa Volpi per la migliore interpretazione femminile.
Siamo in Danimarca, nel 1945. La guerra è finita. Nelle strade si celebra la Liberazione. Ma non tutti, quando una guerra finisce, diventano liberi.
Marie è una domestica e bambinaia e sta per sposare Christian, il ricco vedovo nella cui casa lavora. Quel matrimonio sembra prometterle molto più di una nuova condizione sociale: forse la possibilità di diventare un’altra donna, di lasciarsi alle spalle ciò che è stata. Ma Marie possiede un passato che non può permettersi di avere. Durante l’occupazione ha avuto una relazione con un soldato tedesco.
Intorno a lei, le donne accusate di essersi legate agli occupanti vengono rasate, umiliate, esposte pubblicamente. La guerra è terminata, ma la violenza sembra avere semplicemente cambiato forma e trovato altri corpi sui quali continuare a esercitarsi.
May el-Toukhy ha raccontato che all’origine del film c’è una fotografia storica che non riusciva a dimenticare: una donna con gli abiti strappati e una svastica dipinta sulla schiena. Da quell’immagine nasce una delle intuizioni più dolorose di Woman Unknown: il corpo femminile trasformato in territorio sul quale una società scrive la propria colpa, la propria rabbia e la propria vendetta.
Ed è qui che la vicenda di Marie comincia a riguardarci molto più da vicino. Un intero Paese sta cercando di liberarsi dal proprio passato. Marie sta facendo qualcosa di molto simile.
La Danimarca deve fare i conti con l’umiliazione dell’occupazione. Marie con una relazione che la nuova società non è disposta a perdonarle. Entrambi vorrebbero ricominciare. Ma si può veramente ricominciare cancellando ciò che è stato?
Dopo tanti anni trascorsi a interrogarmi su quanto il passato continui ad abitare il nostro presente, è questo l’aspetto di Woman Unknown che mi interessa maggiormente: ciò che tentiamo di espellere dalla coscienza non per questo cessa di appartenerci.
Possiamo nasconderlo agli altri. Possiamo costruirgli sopra una nuova identità. Possiamo persino arrivare a raccontare una storia diversa a noi stessi. Ma ciò che è stato rimosso continua a cercare una strada per ritornare. Ed è allora che il titolo acquista un significato molto più profondo.
Chi è veramente la Woman Unknown, la donna sconosciuta? Marie, della quale gli altri ignorano il passato? Le tante donne senza nome che la Storia ha giudicato, umiliato e poi dimenticato? Oppure quella parte di Marie che lei stessa ha dovuto nascondere così profondamente da non poterla più riconoscere?
May el-Toukhy ha raccontato che durante la lavorazione le veniva fatto notare quanto fosse difficile conoscere veramente Marie. Ma quella inaccessibilità ha finito per diventare una chiave del personaggio: non lasciarsi conoscere può essere anch’esso un modo per sopravvivere.
Mathilde Arcel ha spiegato qualcosa di altrettanto significativo: Marie ha imparato ad assumere i ruoli che gli altri si aspettano da lei. Donna di casa, fidanzata, amante, figura materna. Si adatta, cambia pelle, cerca di corrispondere allo sguardo degli altri. È difficile non pensare a quella che Jung chiamava la Persona, la maschera attraverso la quale ci presentiamo al mondo.
Ne abbiamo bisogno tutti.
Marie soffre. Ha paura. È minacciata. Ma proprio la paura di diventare vittima può condurla a sacrificare qualcun altro. Ed è forse qui che il film diventa più dolorosamente umano. Perché aver sofferto non ci rende necessariamente incapaci di far soffrire eE perché ciò che non riusciamo a sopportare dentro di noi possiamo tentare, più o meno inconsciamente, di depositarlo nell’altro.
La cosa più inquietante è che la società sembra compiere un movimento analogo.
Una collettività ferita dall’occupazione ha bisogno di ritrovare la propria dignità e concentra su alcune donne una parte della vergogna e della rabbia che non riesce a elaborare.
Marie, per conservare la propria innocenza agli occhi degli altri, cerca a sua volta qualcuno sul quale spostare quella stessa vergogna.
La società e Marie sembrano così compiere lo stesso movimento psichico: espellere da sé ciò che non riescono a sopportare e depositarlo nell’altro. E forse è questo lo specchio più inquietante che il film ci mette davanti.
Anche la casa nella quale Marie cerca la propria nuova vita assume allora un significato che va oltre la scenografia. Gli interni ordinati, le porte, i vetri, la separazione degli spazi costruiscono intorno a lei un mondo apparentemente protetto.
La casa dovrebbe proteggerla. Ma una difesa troppo rigida può diventare una prigione. Più Marie cerca protezione, più si chiude. Più costruisce la propria sicurezza, più rischia di costruire la propria prigione.
Forse qualcosa di simile accade anche dentro di noi: costruiamo difese per proteggerci da ciò che ci ha fatto soffrire e, senza rendercene conto, finiamo qualche volta per vivere proprio dentro quelle difese.
In questo universo di identità nascoste, Mathilde Arcel assume una centralità particolare. Un’attrice fino a ieri poco conosciuta, scelta per interpretare una donna che sopravvive cercando di non essere conosciuta, e che proprio grazie a questa interpretazione ha ricevuto la Coppa Volpi.
C’è quasi un paradosso: la “donna sconosciuta” è diventata improvvisamente visibile al mondo.
May el-Toukhy cerca di fare anche questo con quelle donne dimenticate dalla Storia: riportarle alla luce, restituire un volto a chi era rimasto per decenni soltanto dentro una fotografia, una condanna, una vergogna.
Il Leone d’Oro inevitabilmente farà discutere. Accanto a chi ha sottolineato il rigore della costruzione, la forza delle interpretazioni e la durezza trattenuta della messa in scena, non sono mancate letture più critiche, secondo le quali la forza delle idee rischia talvolta di prevalere sulla loro completa trasformazione cinematografica. Ed è bene che sia così. Un premio, per quanto prestigioso, non dovrebbe mai sostituirsi allo sguardo dello spettatore.
Ma ridurre Woman Unknown soltanto a un film sulla condizione femminile significherebbe, a mio avviso, perdere qualcosa di più profondo.
E allora la Woman Unknown non è più soltanto Marie, ma è quella parte di noi che preferiremmo non conoscere, perché Marie non riguarda soltanto le donne della Danimarca del 1945, ma qualcosa che appartiene a tutti noi, che possediamo ricordi dei quali siamo orgogliosi o che preferiremmo dimenticare.
Regia: May el-Toukhy
Produzione: Nordisk Film Production (Mikael Rieks), SIA Nafta Films (Esko Rips, Madara Kalniņa), Nordisk Film Production Sverige (Johanna Bergenstråhle), Film i Väst (Kristina Börjeson)
Interpreti: Mathilde Arcel, Carsten Bjørnlund, Thorbjørn Hedegaard, Marina Bouras, Mia Plantin, Sofia Nolsøe, Flora Yde Sander, Mikael Birkkjær, Joen Højerslev
Sceneggiatura: Maren Louise Käehne, May el-Toukhy
Fotografia: Jasper Spanning
Montaggio: Rasmus Stensgaard Madsen
Scenografia: Sabine Hviid
Costumi: Rebecca Richmond, Jūlija Volkinšteine
Musica: Mikkel Hess
